Lifestyle blog di Carlotta Cerri
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Come crescere figli ben educati

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Mi intrattengo spesso su Quora.com a leggere le domande e risposte di persone come me e te. L’altro giorno sono capitata su questa domanda “Come crescere figli ben educati?” e, visto che è ovviamente un argomento che mi tocca in prima persona in questo nuovo capitolo della mia vita, ho letto le risposte di padri e madri in giro per il mondo.

Una in particolare mi ha colpita e mi è piaciuta. Non sono ancora madre e so anche che la teoria rappresenta una minuscola percentuale in un mestiere così puramente pratico e, in un certo senso, istintivo. So cosa mi piace e cosa no di come sono stata cresciuta io stessa, di come altri genitori crescono i loro figli, specialmente i miei studenti. Mi guardo tanto intorno, mi piace osservare la gente al lavoro del vivere, ma mi piace anche leggere teorie e punti di vista — e alcune mi colpiscono più di altre, forse perché più in linea con la persona che sono oggi. Questa è una di quelle e la condivido con voi.

La scrive un papà dal Texas che inizia con una frase che mi ha incuriosita a leggere fino in fondo.


Crescere un figlio ben educato non è mai stato il nostro obiettivo. Se i nostri vicini al ristorante si lamentavano della cannuccia catapultata a mo’ di missile sul loro tavolo, io ero il genitore che difendeva suo figlio. Sono texano, queste cose non mi sorprendono.

E nonostante questo, quando il nostro primo figlio aveva quattro anni, io e mia moglie ci eravamo quasi dislocati una scapola a forza di darci pacche sulla spalla per l’ottimo lavoro che stavamo facendo come genitori. Eravamo quasi pronti a scrivere la guida del genitore perfetto.

E poi è nato il nostro secondo figlio. Bastarono tre minuti dalla nascita per capire che avevamo a che fare con una persona completamente diversa e che non eravamo affatto preparati a ciò che ci aspettava. Mentre non avevamo mai dovuto insegnare al primo il significato della parola “no”, con il secondo ci ritrovavamo a gridare “No!” un secondo sì e l’altro pure.

Il primo era stato castigato nella sua stanza una sola volta in quattro anni, per un’infrazione marginale (aveva strappato una foglia di fico). Quando mi ricordai di controllare se tutto andava bene qualche ora dopo, era lì tutto intento a costruire il suo aeroporto di Lego. “Vuoi uscire?”. “No, sto bene qui”.

Il secondo veniva spedito in camera sua parecchie volte al giorno. Non appena la porta si chiudeva… “Posso uscire ora? Per piacere, fammi uscire. Sarò bravo. Per piacere, sarò bravo. Lo prometto. Non lasciarmi qui!”.

Nonostante due inizi completamente diversi, entrambi sono cresciuti bene. Il terzo era il “disciplinario” della famiglia. Fin dai primi giorni d’asilo, voleva che tutti seguissero le regole o non aveva nessun timore a farsi sentire. “Papà, stai andando a 32 km/h”. “Sì e allora?”. “Il limite è 30”. Lo considero un castigo divino per il mio rifiuto di impartire disciplina.

Ancora oggi, lo chiamiamo “nonnetto”. Fino ad ora, non penso che abbia mai fatto nulla di sbagliato in vita sua. Quando aveva 15 anni, lo abbiamo mandato ad Amburgo a lavorare. Gli ho detto che se non fosse andato ad uno strip club sulla Reeperbahn, non gli avrei mai più pagato un viaggio oltreoceano. Mi chiamò pochi giorno prima del ritorno. “Sei andato ad uno Strip Club?”. “No”. Il giorno dopo mi richiama. “Indovina dove sono, papà”. “Dove?”. “In un vecchio club sulla Reeperbahn”. “Stai guardando le spogliarelliste?”. “No, mi sto bevendo una birra nel bar davanti. Aspetta un momento. Ecco, ora ho visto una spogliarellista. Contento?”.

Quindi potete immagine come io e mia moglie, specialmente io, non fossimo proprio i genitori modello ai colloqui genitori — invece, eravamo quelli che permettono ai bimbi di giocare con pistole giocattolo, guardare TV e film VM18, andare soli al parco… ma penso che ciò che davvero desse più fastidio agli altri genitori era che i nostri figli erano sempre più educati e rispettosi dei loro.

Come è possibile? Se non sono affatto un genitore modello? Questo è ciò che ha funzionato per noi.

Relazione.

Io e mia moglie avevamo un patto: quando i nostri figli giocavano armoniosamente, smettevamo ciò che stavamo facendo e ci univamo al gioco. Quando iniziavano a litigare, ci scusavamo e ce ne andavamo. Senza dire una parola. Ben presto, le loro sessioni di gioco armoniose si facevano sempre più lunghe nel tentativo di tenerci lì con loro — senza nemmeno sapere a che “gioco” stessimo giocando.

Viaggi e lavoro.

Fin da quando avevano 12 anni, in estate li mandavamo a lavorare da qualche parte come tirocinanti — oltreoceano dai 14 anni. I bambini crescono in fretta quando sono forzati ad avere a che fare e relazionarsi con altri adulti.

{Questo mi ha fatto pensare a mio marito, che ha fatto viaggi che farebbero rabbrividire qualsiasi madre — persino la sua, se ce l’avesse avuta. Come quello a 14 anni solo con suo fratello di 16 in una gita on the road in America, dove hanno visto di tutto, da droga a prostituzione a tipiche scene metropolitane che li hanno spaventati. Mio marito è una delle persone più indipendenti, autonome, educato e rispettose dell’altro che conosca e sono sicura che anche esperienze come questa l’hanno aiutato a diventare chi è oggi.} 

Gioco.

Avevamo il miglior parco della città a pochi metri da casa. I bimbi giocavano lì ogni giorno. Non c’è nulla di meglio del gioco per sviluppare qualità sociali.

Avventura.

Correre rischi fa riflettere. Fin da quando avevano 13 anni, io e il mio collega portavamo i nostri figli al Grand Canyon a Clear Creek, chilometri e chilometri da dove la gente si spinge normalmente.

{Mi intrometto. Questa è una delle cose che ho notato nei 5 anni di insegnamento ai bambini. Se lasciati liberi di esplorare, avventurarsi, correre rischi, cadere e farsi male, i bambini sono più autonomi ed indipendenti. All’inizio saltavo e il mio primo istinto era quello di correre in loro soccorso. Poi, quando mi rendevo conto che quelle madri non si muovevano e sorridevano, ho imparato a fare la stessa cosa: da insegnante, posso dire che fa una differenza inimmaginabile nel comportamento, l’approccio ai problemi e lo sviluppo del bambino.} 

Grazie.

Anni fa, passai un pomeriggio a dare Frisbi gratuiti per l’inaugurazione di un negozio. Ricordo che tutte le 300 madri in fila dicevano: “Cosa si dice?”. [il vuoto negli occhi] “Grazie!” diceva una vocina senza nemmeno guardarmi in faccia. Molto prima di essere genitore, mi ero ripromesso che non avrei fatto parte di quella farsa. Così, dicevo sempre “grazie” da parte dei miei figli. Molto presto, da quando avevano circa sei anni, iniziò ad uscire il loro proprio senso di autonomia e mi anticipavano sempre. Molto più credibile.


E mi intrometto un’ultima volta. Questa del dire grazie è una di quelle cose che ho toccato con mano con i miei studenti e che mi sono ripromessa di fare con i miei figli. Altre sono:

  • Dire sempre la verità, anche per rispondere a domande adulte, come il sesso, la droga, da dove vengono i bambini. Con il permesso dei loro genitori, ho adottato questa teoria negli ultimi due anni e posso dire con assoluta certezza che i bambini ti rispettano di più. Dentro di sé, loro sanno quando menti.
  • Non minacciare mai, nemmeno innocuamente. “Se non fai i compiti, non puoi giocare con l’iPad”. “Se non ti comporti bene, non andiamo da quella amica”. Queste minacce sono spesso fasulle, perché alla fine il bimbo gioca comunque con l’iPad (magari il giorno dopo) e va dall’amica se la madre ha combinato. Meglio evitarle in toto. È difficile — e lo dico per esperienza — ma si può imparare.
  • Non usare la carta “Quando avrai 18 anni”. Che cosa sono 18 anni, 14 anni, 21 anni? Solo limiti imposti dalla società per mantenere la propria autorità come genitori. L’autorità non si compra con minacce o promesse di un futuro lontano o vicino, si guadagna.
  • Trattare i bimbi come adulti, da subito. Che è forse un riassunto dei punti sopra ed è ben rispecchiato nella filosofia Montessori (a cui io e marito ci siamo avvicinati da un po’ e ci ritroviamo appieno e di cui parlerò presto in un post). Se non trattiamo i figli come adulti, alla nostra pari, e non siamo capaci di abbattere quel muro di “esperienza” che ci divide — e sempre ci dividerà — da loro, non avremo mai la capacità e l’apertura mentale per guadagnarci il loro rispetto — e chissà, a volte anche imparare da loro. Il rispetto va guadagnato, sia tu un figlio, un genitore, un impiegato o un datore di lavoro.

Poi, certo, tra il dire e il fare… magari tra 20 anni saprò dirvi quali di questi propositi sono riuscita a mettere in pratica e quali no. Ma credo che il primo compito di un genitore sia essere umile e intellettualmente onesto, cosa che non si può fare senza pensare a fondo, prima, a che tipo di genitore si vuole essere, indipendentemente da ciò che sarà. Per questo mi piace anche la teoria.


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