La Tela di Carlotta
Episode 48

La mia dipendenza dalla zucchero

In questo episodio di Educare con Calma, vi parlo della mia dipendenza dallo zucchero e di come sono arrivata a parlarne tranquillamente. Vi racconterò anche come trattiamo noi lo zucchero in famiglia e delle nostre abitudini alimentari rispetto allo zucchero. E poi come sempre a volte mi perdo nelle mie ragnatele di pensieri.

Ho usato più rispetto ed empatia possibile, ma visto che è un argomento un po’ tabù, soprattutto quando relazionato alla nutrizione dei bambini, ci tengo a dirvi come sempre di ascoltare le mie parole con accoglienza e rispondere, se volete, con gentilezza: possiamo imparare a parlare di questi argomenti in maniera sana.

:: Due note:

1. A un certo punto sembra che dico "corvi" invece di "corpi": chiaramente è corpi. 😅

2. A un certo punto dico: "parlo per me, persona che anche con qualche chilo di troppo…". Non volevo dire "di troppo", ma "con qualche chilo in più rispetto al solito peso": è sbagliato, è un retaggio della mentalità e del modo in cui ero abituata a parlare. Non ho chili di troppo: il mio corpo a volte pesa di più, a volte di meno.  🙂  Ho fatto fatica a registrare questo episodio, perché in casa non parliamo di peso in questi termini (non abbiamo nemmeno una bilancia) e/o di diete/dimagrire. 

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Oggi ho deciso di parlarvi di una realtà con la quale convivo da moltissimi anni, che è quella che io chiamo dipendenza dallo zucchero, da cui negli ultimi anni mi sono un po’ liberata, anzi, sento davvero di aver raggiunto un equilibrio che per me funziona. VI racconterò anche come trattiamo noi lo zucchero in famiglia, anche credo per aiutare me con questa mia difficoltà. Parlerò anche probabilmente di peso, di peso forma, di dimagrire e ingrassare, userò parole come magro o grasso, ma sono tutte cose di cui ormai non parlo molto né sul mio account né nella vita reale. E poi vi spiegherò perché. 

Visto che è un argomento un po’ tabù, se vogliamo, soprattutto quando relazionato alla nutrizione dei bambini, ci tengo a dirvi come sempre di ascoltare le mie parole con gentilezza e accoglienza. Cercherò di essere molto rispettosa e di scegliere e filtrare le parole, ma so che alcuni pensieri potranno passare come giudizi. Se mi conoscete, sapete che non lo sono. 
Inizio con il raccontarvi di me. Quando ho conosciuto la mia amica Marisa in Spagna, dopo qualche anno una delle cose che notavo di lei, e lo notavo perché invidiavo questa sua relazione con lo zucchero, era che lei prendeva uno o due biscotti all’ora del tè ed era soddisfatta, davvero soddisfatta. 
Dopo pranzo non sentiva il bisogno di finire con un dolce, le torte, i pacchetti di biscotti, le barre di cioccolato a casa sua duravano settimane o mesi. E a me questo lasciava veramente a bocca aperta. Perché per me non era così. Quando le chiesi perché non sentisse il bisogno di un secondo biscotto o di un qualcosa di dolce, in realtà lei mie ha detto che non ci aveva mai pensato, ma che le bastava quel biscotto o due per soddisfare la voglia di qualcosa di dolce e poi mi ha anche che probabilmente è perché è sempre stato così in famiglia, sua madre dava loro due biscotti e loro probabilmente si erano abituati a sentirsi soddisfatti così.

Io crescendo non ricordo la relazione con lo zucchero nella mia infanzia, ma da che ho ricordi di questa relazione, ricordo che non avevo limiti. A pasqua mangiavo tanto cioccolato quanto ne volevo, mentre studiavo alle media o al liceo mi finivo anche un intero pacco di biscotti in una sera, di solito erano o galletti o abbracci o gocciole. 

Ecco, questo è quello che ricordo, poi anche confermato dai miei genitori, non avevo limiti. Non ricordo nemmeno che i miei genitori mi dicessero di non mangiarne così tanti, probabilmente anche perché io ho sempre avuto un corpo snello, sono sempre stata molto alta, per farvi un esempio da adolescente ero già alta 1,78cm e pesavo sui 60-62 kg. Quindi questa abitudine malsana, questa dipendenza dallo zucchero ha avuto tempo di insinuarsi in me senza vederne gli effetti collaterali, se così vogliamo chiamarli. Inoltre sono sempre stata molto attiva, ho sempre fatto nuoto, poi ho giocato a pallavolo, fatto aerobica, palestra… e tutto questo prima di iniziare a ballare, perché poi con il ballo, che era una grandissima passione, più di qualsiasi altro sport, ho intensificato le ore settimanali perché mi piaceva moltissimo. 

Quindi probabilmente tra la genetica e il tanto sport non mi sono mai nemmeno posta il problema di stare mangiando troppo, di prendere peso, di quale fosse il mio peso forma, di dover fare diete o perdere chili, o non mangiare quel pacchetto di biscotti perché ecco magari potrei definirmi fortunata perché quella è proprio una di quelle cose con le quali non ho mai dovuto fare i conti. Riguardando foto vecchie, l’unico anno pre gravidanza che sono passata oltre i 62 kg è stato quella della laurea in cui avevo conosciuto Alex e vivevo in un appartamento a Torino da sola che lui mi aiutava a pagare proprio perché lui veniva spesso da Marbella a trovarmi mentre io finivo gli studi, quindi quell’anno nelle settimane in cui ero sola ricordo proprio barattoli di nutella finiti in una sera facendo le maratone di Grey’s Anatomy e Lost, pacchetti di biscotti e tutte le ore, tanta pasta perché era semplice da cucinare  ecc ecc e anche poco esercizio, perché non ballavo ancora ed ero molto poco costante con la corsa, che allora odiavo (tra l’altro sul mio blog ci sono articoli sulla mia personale battaglia con la corsa, che poi invece ho iniziato ad amare). 

Ma vi dico questo perché nonostante questo stile di vita e alimentare davvero poco sano secondo me, anche di molto stress per finire tutti gli esami anche quelli arretrati in un anno per poi trasferirmi a Marbella, non ricordo nemmeno di averlo vissuto come un problema, l’essere in sovrappeso rispetto al mio peso normale, perché sul mio corpo 5 o addirittura 10kg (come avrei scoperto più avanti) davvero non fanno tantissimo la differenza. 

Ma qual è stato l’errore in tutto questo? L’errore, che ho scoperto poi molto più avanti, è stato concentrami sul peso e sull’aspetto fisico. Io mangiavo tanto quanto volevo e avevo sempre un corpo bello e quindi non mi ponevo nemmeno il problema di quanto fosse sano questo stile alimentare. Un po’ come se nessuno mi avesse mai fatto riflettere sul fatto che un corpo può essere bello fuori, ma magari non dentro. E che l’apparenza non riflette la salute.

Oggi, dopo tanti anni so che è il contrario, che non importa quanto il mio corpo sia bello se poi la mia mente non è sana.

E parlo di salute mentale perché queste abitudini alimentari, questo non avere limiti con i dolci si è poi trasformato in una dipendenza da zucchero quando sono andata a vivere a Marbella. Non ricordo come sia iniziato, ma sicuramente da commenti di Alex o di amici su quanti dolci mangiassi e allora per la prima volta ho cominciato a sentire un disagio: ho cominciato a riflettere sul fatto che forse finire un pacchetto di biscotti intero in una volta forse non era poi così sano, anche se il mio corpo era snello e atletico.

E però con questa consapevolezza è anche nato il problema. Perché in realtà io non riuscivo a smettere di mangiare un pacchetto di biscotti intero. E allora ho cominciato a nasconderlo. Ho cominciato a comprare un pacchetto di biscotti dal benzinaio e consumarlo in macchina quando ero da sola, per esempio, sulla via per andare al lavoro o addirittura a volte anche alle mie lezioni di ballo. Perché ne sentivo il bisogno e non solo il bisogno, ma era un pensiero fisso, finché non compravo e mangiavo i biscotti non facevo fatica a pensare ad altro, facevo fatica anche a concentrarmi sul lavoro. Quando ero stressata, quando ero nervosa, quando ero triste, arrabbiata… io compravo un pacchetto di biscotti e me lo finivo. Sentivo proprio che quel pacchetto avrebbe risolto i miei problemi, il mio stato d’animo. E tra l’altro parliamo di un pacchetto grande di biscotti, erano sempre i Principe, quelli con il cioccolato in mezzo, o quelli tipo cookie americano con le gocce di cioccolato. Ecco, anche solo a dirlo a me risveglia pensieri poco sani, di disagio. E poi cosa facevo con questo pacchetto? Visto che mi vergognavo di questa mia dipendenza, li nascondevo e generalmente li finivo in macchina prima di arrivare a casa così poi li buttavo nella spazzatura del garage prima di salire a casa. E nessuno lo avrebbe mai saputo. E poi arrivavo a casa, a volte anche un po’ nauseata devo dire ma neanche troppo, e se Alex magari suggeriva di mangiarci un gelato, io accettavo, perché per la dipendenza non riuscivo a dire di no, e per non destare sospetti (visto che lui sapevo che io adoro i dolci) sentire di non potere dire di no.   
Insomma, era davvero un problema. Era una dipendenza bella e buona. Forse non deleterai e rischiosa come una dipendenza da droga o da alcohol, ma a livello mentale probabilmente era molto simile.

E ora onestamente non ricordo esattamente i passaggi di come ne sono uscita, ma ricordo chiaramente che a un certo punto ho capito che questa cosa era fuori dal mio controllo e allora ho iniziato a parlarne, a piccole confessioni proprio, anche battute a volte, del tipo, “Come fai a mangiare solo due biscotti. Io potrei mangiarmi quel pacchetto intero da sola” quando prendevo il tè con Marisa. Ecco, queste frasi erano delle piccole confessioni, non ero probabilmente ancora pronta a dire la verità, ma dicevo queste frasi ad alta voce e ogni volta mi sentivo liberata.

E piano piano ho cominciato a parlarne con Alex e con Marisa (le miei due persone) in termini più concreti, tipo “sai che cos’ho fatto ieri? Ero talmente giù di morale che mi sono mangiata un intero pacchetto di biscotti” e la mettevo così, lo raccontavo come se fosse un episodio singolo mentre invece succedeva praticamente ogni giorno. E questo mi dava modo non solo di dire a voce alta una verità ma anche di vedere la loro reazione. E più loro mi accoglievano, perché mi amano, più mi liberavano, senza saperlo.

Finché un giorno che onestamente non ricordo esattamente perché è stato appunto tutto molto graduale, non è stato come ammetterlo da un giorno all’altro, è durato anni questo processo, ho cominciato a dire la mia verità, esattamente la verità com’era. E a quel punto mi sentivo già più forte, magari questi episodi succedevano ancora, anzi ricordo che è proprio successo una volta in Nuova Zelanda, quindi l’anno scorso, ma ogni volta lo ammettevo, facevo lo sforzo consapevole di raccontarlo almeno ad Alex. E oggi oltre al parlarne liberamente e tranquillamente, gli episodi sono davvero pochissimi, per esempio quella in Nuova Zelanda era la prima volta che succedeva dopo anni ed è stata solo quella volta, perché appena è successo ho fatto la mia routine di riabilitazione.

E la mia routine di riabilitazione, che è molto personale, quindi magari vi farà sorridere, ma per me è ciò che funziona:

Quando succedeva, e così anche quest’ultima volta in Nuova Zelanda, lasciavo gli ultimi 2-3 biscotti nel pacchetto e lo buttavo via. Come a dire io non più forte (che è vero solo in parte perché il pacchetto e me lo sono mangiato quasi tutto, ma è proprio un gesto simbolico che dà una sensazione di potere, di scelta). E poi ci rifletto, non mi giudico, mi perdono e inizio la riabilitazione che va avanti per settimane e settimane: che cosa intendo per riabilitazione? Anche questo è molto personale: prima di tutto cerco di non rimanere troppo sola, se vado da qualche parte vado sempre con Alex o con i bimbi, cosa che per il mio stile di vita ci riesco perfettamente perché siamo viaggiatori a tempo pieno quindi siamo sempre insieme, insomma non faccio fatica a non stare sola, la fatica è trovare momenti per stare sola. Quindi questo funziona a pennello per la mia riabilitazione.

E poi quando mi sento di nuovo forte, che è normalmente quando smetto di pensare ai dolci, allo zucchero, quando in una giornata mi dimentico del dolce o semplicemente ci penso e riesco tranquillamente a cacciare via il pensiero, non ne sento più il bisogno. E in questo aiuta moltissimo un’abitudine che noi abbiamo da tanto, forse proprio per aiutarmi in questa mia difficoltà, che è quella di non comprare dolci a casa. Noi a casa di solito non abbiamo zucchero, se non frutta. Non lo compriamo proprio, lo evitiamo al supermercato e anche i bambini è raro che ci chiedano di comprare qualcosa al supermercato perché sono abituati così, a casa non compriamo quei prodotti. Fuori, invece, mangiamo quello di cui abbiamo voglia, di solito è il gelato quando siamo in un posto che lo fa buono, raramente lo mangiamo più di una volta a settimana ma è anche successo e se succede non è un problema, non siamo così rigidi, perché sentiamo che il nostro stile alimentare è sano (per noi, per la nostra famiglia), sentiamo che non facciamo più fatica a rispettare questa abitudine nel quotidiano e quindi ci permette di essere flessibili. Perché non so se ci avete mai fatto caso, ma io ho notato che in realtà spesso le persone che non sono flessibili sono anche quelle che sentono di stare facendo ancora fatica con una determinata scelta, un determinato stile di vita o alimentare.

Ora, visto che abbiamo questa abitudine di non comprare nulla a casa, se non cioccolato minimo 85%, devo dire che i bambini sono altrettanto abituati a non mangiare zucchero, ma questo non significa che non lo vogliano e non lo chiedano. Sono bambini normali che al supermercato chiedono almeno 5 volte possiamo comprare quello, possiamo comprare questo, ma visto che io e Alex siamo molto coerenti con la nostra decisione e regola, alla fine basta spiegare loro che a casa non compriamo cose dolci e lo accettano di buon grado.

E anche quando siamo fuori, non è un’abitudine mangiare dolce. Per esempio se siamo al bar non prendiamo necessariamente la cioccolata calda o un succo per loro se noi prendiamo il caffè, un bicchiere d’acqua è perfetto, più sano e disseta di più. Credo che a volte i genitori riflettano i loro gusti e i loro desideri sui bambini: pensano, certo che a me piace tanto la cioccolata calda, allora gliela prendo perché sarà felicissimo, ma in realtà i bambini non hanno questo desiderio se noi non glielo creiamo e io trovo che non ci sia alcun bisogno di crearlo. Sono altre le cose che rendono felici al bar: per esempio, se tiriamo fuori le carte e facciamo un gioco di carte tutti insieme, Oliver ed Emily sono molto più felici di giocare con noi che di prendere una cioccolata calda. Come dicevamo con la pediatra Carla in uno degli episodi del podcast, c’è una componente genetica che fa piacere o meno il gusto dolce e quindi lo zucchero e quella è: per esempio Oliver ama di più lo zucchero e fa tendenzialmente più fatica a darsi un limite, Emily raramente finisce un dolce o un gelato, ne mangia un po’ e poi è soddisfatta. Quella io credo che sia genetica. Ma le abitudini alimentari che diamo ai nostri figli fanno una differenza grandissima: per esempio, Oliver anche se adora i dolci più di Emily, spesso è lui a ricordarci che oggi non prendiamo il gelato perché lo abbiamo già preso due giorni fa. 

E io personalmente trovo che tutte queste abitudini creino proprio una mentalità di non ossessione verso il dolce che se non portata all’estremo secondo me a sua volta sviluppa addirittura una relazione sana con lo zucchero: e questo lo noto già in molte situazioni del quotidiano, per esempio noi abbiamo un’altra abitudine che è quella di mangiare il gelato solo se è buono e possibilmente artigianale, perché visto che non lo mangiamo così spesso è meglio sceglierlo buono invece che mangiarlo proprio solo per mangiare dello zucchero che non vale nemmeno la pena e di questo concetto del “vale davvero la pena” parliamo spesso ai bambini: ricordo una volta in Nuova Zelanda che eravamo andati a prendere un gelato ma quando siamo entrati in gelateria ci siamo resi conto che il gelato, anche se su internet diceva artigianale, non aveva davvero un aspetto buono, era duro, sembrava anche un po’ congelato sopra, insomma sembrava di quelli scadenti che si comprano al supermercato e allora ci siamo seduti con i bimbi e abbiamo spiegato loro che non valeva la pena, abbiamo fatto notare loro le cose che notavamo che ci facevano credere non fosse un gelato buono (perché in questo modo educhiamo anche il loro occhio che rende tutto più facile in futuro), abbiamo detto loro che secondo noi era meglio aspettare e mangiare un gelato davvero buono appena lo trovavamo piuttosto che mangiare questo oggi. Abbiamo spiegato che noi non lo prendevamo e che secondo noi anche loro sarebbero stati molto più felici se avessero aspettato perché molto probabilmente non sarebbero rimasti soddisfatti dal gelato e poi magari l’indomani che noi l’avremmo preso in un posto davvero buono, loro non avrebbero potuto prenderlo perché lo avevano già mangiato oggi. Entrambi hanno capito e hanno deciso di mangiare poi quello buono e così siamo usciti dalla gelateria senza gelato e in quel momento io sono stata davvero felice di tutto il lavoro che stiamo facendo perché poi magari non servirà a nulla e in età adulta sceglieranno lo stesso un gelato pessimo se hanno voglia di gelato ed è l’unico che trovano, ma magari no. Noi genitori possiamo solo dare il miglior esempio che conosciamo, accettando poi che presto la vita sarà tutta nelle loro mani. Per trasparenza, perché sapete che non mi piace edulcorare la realtà, quando siamo arrivati in macchina ed Emily ha capito che il gelato buono non l’avremmo mangiato oggi ma domani, si è messa a piangere… quindi abbiamo capito che lei aveva accettato solo perché pensava di mangiarlo quel giorno comunque, ma a quel punto era troppo tardi perché eravamo già andati via. Ma devo anche dire che non è durata molto, ci siamo scusati per non esserci assicurati che avesse capito e che la prossima volta le avremmo spiegato meglio. E poi le abbiamo anche detto che tanto tutti avevamo ancora voglia di gelato e che quindi l’indomani saremmo andati a cercare un gelato davvero buono e così è stato, ed era indubbiamente mille volte più buono dell’altro. E tra l’altro visto che a noi piace molto il gelato, facciamo spesso questa cosa di entrare nelle gelaterie (soprattutto in giro per il mondo, perché in Italia si trova gelato buono quasi sempre) e guardare se il gelato è buono o no, e quindi noto che i bambini ora lo vedono come una cosa normale decidere di mangiare il gelato solo è buono e altrimenti rinunciarci.  

Tutto questo ve lo racconto, perché credo che se noi genitori sentissimo più storie come la mia, di una ragazza che all’apparenza è sempre sana, ma che sana non lo è perché nessuna dipendenza è sana, magari inizieremmo a fare più attenzione non solo alla quantità ma anche alla qualità di zucchero che diamo ai nostri figli e che mangiamo noi stessi (perché ovviamente la coerenza è importante, non posso dire di no a loro e poi mangiare io tutto lo zucchero che voglio che poi chiariamoci, per onor del vero, anche io durante la mia sindrome premestruale ho mandato spesso Alex a comprare il mezzo litro di gelato dopo che li abbiamo messi a letto prima di guardarci un film, ma a dire il vero da quando ho iniziato ad avere un rapporto più sano con la mia sindrome premestruale ho smesso, perché mi sono resa conto che in realtà non era il mio corpo che richiedeva lo zucchero, era il mio umore che richiedeva lo zucchero e io sono stata abituata o mi sono abituata, non lo so, a ricorrere al cibo e soprattutto allo zucchero quando sono giù di morale e quando 1. Ho scoperto che cos’è la sindrome premestruale e di soffrirne a volte e 2. Ho iniziato ad accogliermi e accettarmi in quei giorni, anche la mia sensazione di bisogno di zucchero è diminuita…), ecco ora non mi ricordo più che cosa stessi dicendo, ma insomma quello che vorrei trasmettere è che credo sia importante pensare alla quantità e qualità di zucchero che mangiamo in famiglia e che diamo ai nostri bambini, senza cadere nell’estremo e dire no zucchero (che personalmente penso sia altrettanto poco sano, come tutti gli estremi), ma sicuramente cercando di insegnare loro fin da piccoli a essere mindful come si dice consapevoli di che cos’è veramente lo zucchero e di come interagisce con il nostro cervello… perché il modo in cui interagisce con il nostro cervello è come quello di una droga, al di là degli effetti che spesso ha sul corpo. 

Io soffro dentro quando vedo un bambino o una bambina piccoli, dell’età dei miei, chiaramente sovrappeso, con una pancia che non è più la pancia del bambino ancora bebè, che magari fanno già un po’ di fatica a correre o piegarsi per entrare nei tunnel al parco giochi e spero che questo non arrivi come un giudizio, ma per me è importante dirlo perché questo è un podcast per genitori e spesso noto che i genitori di questi bambini sono proprio quelli che ordinano una cioccolata calda con marshmellows e un biscotto al cioccolato al bar o che usano il cibo, spesso merendine, come consolazione se i bambini o le bambini si fanno male al parco giochi, o che aspettano i bambini e le bambini fuori dalla lezione di ballo con le patatine, una barretta di cioccolato e una coca cola (storia vera, vista a Marbella) e quelli erano proprio i bambini e le bambine che erano già in sovrappeso e che probabilmente faranno fatica a uscirne perché il loro bagaglio sarà pieno di abitudini alimentari non sane. 

E lo dico davvero con il cuore in mano, perché il mio in realtà è un mezzo giudizio, so che a volte le perone sono ignoranti al riguardo (proprio nel senso che ignorano e non sanno di stare facendo danno e se lo sapessero sceglierebbero di non farlo). Altre volte hanno loro stessi una relazione molto complicata con cibo e zucchero ed è difficile insegnare diversamente ai figli, come diceva Maria Montessori è difficile dare qualcosa che non abbiamo già dentro di noi. E poi non sappiamo che storia di vita abbiano queste persone, non sappiamo quali siano le loro difficoltà, non sappiamo magari soffrono perché hanno creato l’abitudine e non sanno come uscirne, non sappiamo se magari non hanno i soldi per comprare cibo e merende sane e allora riversano sulle merendine (il papà di Alex, per esempio, che ha cresciuto lui e suo fratello da solo perché la mamma è mancata quando Alex aveva 6 anni, non aveva un lavoro che gli permettesse di comprare cibo sano, che costa indubbiamente di più, ed era sempre in cucina a fare dolci perché la farina e lo zucchero costa poco… e Alex oggi è bravissimo a fare i dolci, ma anche lui ha una relazione poco sano con lo zucchero).

Credo che ci sia poi anche un problema di fondo ed era anche un mio problema prima che lo notassi e ci riflettessi: ovvero pensare che lo zucchero sia quel qualcosa di speciale da fare con i bimbi quando li portiamo fuori, quando gli dedichiamo un pomeriggio insieme. Per esempio, andiamo al museo e per completare la giornata mangiamo un gelato. Oppure facciamo una passeggiata per arrivare al bar a prendere un croissant. Oppure per fare una cosa speciale, andiamo al bar a prendere un tè con un buon pezzo di torta. E piano piano ho cominciato a rendermi conto di quanto io collegassi i momenti speciali con i miei figli allo zucchero e allora ho smesso, perché mi sembrava quasi di stare trasmettendo loro il messaggio “lo zucchero rende tutto più speciale”. Mentre un museo è speciale di per sé, andare al parco e giocare con la palla per un bambino è più speciale che stare seduto e mangiare un pezzo di torta, una passeggiata non deve per forza avere una meta culinaria, la passeggiata è più speciale se è fine a se stessa, perché si impara davvero a godere di quello che abbiamo intorno: che sia la natura dove si possono osservare animali e piante o una strada di città, dove si può osservare la vita quotidiana delle persone.

E quindi questo episodio è proprio solo per raccontarvi la mia esperienza con lo zucchero, esperienza che nessuno si aspetta quando la racconto, perché tendiamo a pensare che le conseguenze spiacevoli dello zucchero siano il grasso del corpo o una malattia come il diabete. Mentre invece non è così, e se devo essere sincera penso di aver conosciuto più adulti che hanno un problema di dipendenza dallo zucchero che adulti sani.

Ovviamente, e ci tengo a dirlo se per caso foste capitati sul mio podcast oggi e questo è il primo episodio che ascoltate, non sono un medico, non sono un pediatra, ma quello che ho vissuto sulla mia pelle, anzi sulla mia mente, basta per farmi capire che devo avere un occhio di riguardo rispetto allo zucchero: noi abbiamo le nostre soluzioni, che non devono necessariamente essere le vostre, non sono né giuste né sbagliate, sono nostre decisioni personali che finora hanno funzionato bene per noi stessi, con i nostri figli, nella nostra famiglia. Queste soluzioni sono come dicevo prima quella di non comprare nulla di dolce a casa come abitudine, ma di mangiare il dolce solo quando siamo fuori, se ce lo chiedono i bimbi o se ne abbiamo voglia e quindi lo proponiamo noi, ma ovviamente senza abusare, quindi se oggi mangiamo un gelato magari non lo rimangiamo domani e magari nemmeno fino alla prossima settimana.

Un’altra abitudine è non consolare la tristezza con il cibo, dolce o salato che sia, non usare il dolce per far mangiare tutto il piatto di verdure e così via… 
Un’altra abitudine, e questa stiamo ancora cercando di consolidarla, è non finire sempre i pasti con qualcosa di dolce ( al ristorante o in casa con la frutta) perché è un’abitudine con la quale sono cresciuta io, ma non credo che sia sana, e visto che io ancora oggi anche se ho una relazione migliore con lo zucchero faccio ancora fatica a non finire il pasto con un dolce… e anche quella è una dipendenza, preferirei non passare questa abitudine ai miei figli. Ci stiamo lavorando tutti su.  

Un’altra abitudine che io ritengo importante è non trasmettere il messaggio che si debba dimagrire e perdere peso, per questo ho rimosso dal mio vocabolario parole come dieta, frasi come “devo perdere 2 chili” o quando parlo con gli amici “ho un po’ di chili di troppo”, faccio attenzione a non dire che faccio esercizio per dimagrire e invece il messaggi che cerco sempre di trasmettere è: mangiamo sano e facciamo esercizio per mantenere il nostro corpo sano e mostrargli amore. E attenzione, parlo per me, persona che anche con qualche chilo in più ovviamente non ha bisogno di dimagrire. Sarebbe magari diverso se fossi un genitore obeso perché allora farei una dieta e farei esercizio per dimagrire, non ci sarebbe nulla di male nel dirlo, perché dimagrire sarebbe un prendersi cura del proprio corpo, però ecco la cura del corpo, e non l’apparenza fisica, per me dovrebbe sempre essere alla base di questi messaggi.    

Poi come altra abitudine noi cerchiamo di scegliere dolci che valga la pena mangiare, un gelato artigianale, una torta fatta in casa, la marmellata del nonno. Questo lo facciamo per fare una distinzione e per capire anche la qualità dello zucchero che mangiamo, perché come dicevo prima secondo me focalizzarsi anche sulla qualità oltre che sulla quantità aiuta a creare una mentalità più sana: per esempio, noi siamo soliti leggere con i bimbi le etichette sui prodotti al supermercato (non solo dolci), proprio per far vedere loro quante schifezze extra spesso ci sono dentro; poi facciamo le comparazioni con prodotti migliori, per esempio è successo proprio da poco: qui a Barbaresco c’è un mercatino la domenica e c’è una bancarella che vende la crema di nocciola con cacao (se andate si chiama Le Bancarelle di Elisa, non perdetevelo), che è praticamente una nutella, ma gli ingredienti sono 70% nocciole, 15% cacao e 15% zucchero di canna. Ed è deliziosa. Gli ingredienti della Nutella sono zucchero come primo ingrediente (e sappiamo che il primo ingrediente sulla lista è quello di cui ce n’è di più nel prodotto), olio di palma, 13% nocciole, poi latte in polvere, cacao e vari emulsionanti. Non è difficile capire quale sia quello più sano se compariamo le due etichette, anche uno che non ne capisce nulla di alimentazione direbbe che la crema delle Bancarelle di Elisa è più sana, perché è più genuina. E certo la nutella costa di meno perché a usare ingredienti peggiori e produrre in quantità di massa i costi sono inferiori, ma a che prezzo sulla nostra salute? Siamo davvero disposti a pagare quel prezzo? Io personalmente, preferisco pagare di più e magari mangiarne di meno, meno di frequente.

Ecco, QUESTI sono i discorsi che facciamo in casa con i bambini e li abbiamo fatti fin da piccoli, perché i bambini questi discorsi li capiscono, ognuno li processa diversamente a seconda della sua età, ma se ci prendiamo il tempo di spiegarglieli, magari non subito, ma a lungo termine li capiscono. Come capiscono anche, se glielo spieghiamo, l’effetto che lo zucchero ha sia sul corpo sia sulla mente. Possiamo farglielo notare per esempio quando vanno a feste di compleanno che mangiano più zucchero e poi sono molto irrequieti prima di andare a dormire. Non c’è nulla di male ad aver mangiato tutto quello zucchero, ma è giusto notare come reagisce la nostra mente. E poi non c’è nulla di male nel far notare anche l’effetto che lo zucchero ha sul corpo. Spesso di fronte a persone grasse o obese i bimbi ci hanno chiesto perché sono così grasse? E credo sia importante spiegare che l’aumento di peso non è sempre associato al cibo, ci sono disfunzioni e malattie che lo causano, ma spesso è causato da come ci alimentiamo e gli zuccheri sono molto responsabili. Spesso noto che molti genitori ritengono questo tipo di domande dei bambini scomode e tendono a zittirli, magari se sono troppo vicini a quella persona, ma in realtà credo che sia importante parlarne con naturalezza e anche con onestà e spiegare quindi che l’obesità, per esempio, è una malattia. 

A questo proposito, qualche mese fa sulla copertina di Cosmopolitan c’erano donne obese che facevano esercizio con la scritta This is healthy (questo è sano), e anche se io ho apprezzato l’idea, credo che questo messaggio possa essere pericoloso, perché va bene il movimento del body positivity quindi riconoscere, accettare e accogliere corpi diversi, forme e taglie diverse, dovremmo essere a favore di qualsiasi tipo di inclusività, è bellissimo per esempio che ci siano marchi di abbigliamento anche sportivi che stanno cambiando per accogliere quei corpi e per mostrare più diversità di forme e taglie nelle loro pubblicità, ma questo non significa che l’obesità sia sana. È più sana una persona obesa che fa esercizio regolarmente, ma questo non significa che l’obesità sia sana, perché l’obesità comporta comporta, al di là del livello fitness, molti più rischi, tra cui un altissimo rischio di infarto. E quindi davvero credo che sia importantissimo fare attenzione ai messaggi che trasmettiamo.

Ecco, questo non era sulla mia scaletta, quindi ora mi sono persa completamente, ma non importa.

Credo di avervi detto tutto. Anzi no, mani una cosa. Non pretendo di sapere che regalerò ai miei figli una relazione migliore con lo zucchero. Lo dico sempre, noi genitori possiamo solo fare del nostro meglio ma nel bagaglio di ciò che lasciamo ai nostri figli ci sarà sempre qualcosa di negativo, qualcosa che non abbiamo saputo leggere di loro, qualche emozione nostra, m comportamento nostro che non abbiamo saputo gestire e controllare e abbiamo insegnato a loro, qualche nostro trauma che abbiamo riflesso su di loro… questo per dire che magari noi facciamo tutta questa educazione sul consumo dello zucchero e poi in età adulta i nostri figli prenderanno strade diverse e faranno esperienze diverse e magari arrivano comunque alla stessa dipendenza di cui ho sofferto e soffro io (perché purtroppo non si guarisce mai davvero da una dipendenza). Però possiamo fare solo del nostro meglio, perché in fondo noi li mettiamo al mondo, ma poi la vita è loro.
E su questa massima di vita che forse c’entrava poco mi congedo.

Vi ricordo che mi trovate anche su www.latelaidcarlotta.com, su Instagram e Facebook come La Tela di Carlotta blog e ovviamente ogni venerdì qui sul podcast. Buona giornata, buona serata o buona notte a seconda di dove siete nel mondo. Ciao ciao. 

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A personal note on social media
A change of life always widens your horizons
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I’ve prepared collections on various topics that I’ve written over the years. Perhaps you’ll find one that interests you.
Thanks for listening!