«Sia questo sia quello» o «sia questo che quello»?

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Onestamente non mi dispiace né «sia questo sia quello» né «sia questo che quello». Non riesco a decidermi su quale forma preferisco. Entrambe mi suonano corrette — sì, perfino ad una puntigliosa perfezionista ossessionata dalle grammatiche come me — e nessuna delle due è una tromba in un orecchio.

Quindi qual è la forma corretta grammaticalmente e quella che ho deciso di usare d’ora in avanti, facendo uno sforzo in onore della coerenza?

Questa volta, la decisione l’hanno presa per me Valeria Della Valle e Giuseppe Patota nel loro Il Salvaitaliano (Sperling & Kupfer Editori, 2000) in cui mi illuminano scrivendo che la forma tradizionale, per questo tipo di correlazioni, è sempre stata «sia… sia».

Addirittura, nel passato — continuano — quando la gente ancora coglieva che quel sia era forma del verbo essere (e io aggiungerei, per chi vuole rispolverare la grammatica, che è il congiuntivo presente del verbo essere, usato con valore concessivo) si potevano trovare anche altre coppie di voci verbali, come «siano… siano» o «fosse… fosse».

La forma «sia… che» ha fatto la sua comparsa per la prima volta nell’Ottocento e oggi è diffusissima — e si sa, l’uso sempre corrompe la lingua — per cui considerata corretta e perfino tollerata (pur non completamente accettata) dai grammatici.

Ma ammoniscono:

“Noi, comunque, vi suggeriamo di non usarla, sia per amor di tradizione, sia perché, in frasi lunghe e complesse, potrebbe generare confusione con altri tipi di che. Pensate a una frase come questa: «La mostra è adatta SIA agli adulti, che apprezzeranno l’equilibrio delle linee e dei colori, CHE ai bambini, che potranno divertirsi nello “spazio disegni” creato apposta per loro».

Se, al posto di «sia… che», userete «sia… sia», eviterete quella gran folla di «che», e tutto diventerà più chiaro: «La mostra è adatta SIA agli adulti, che apprezzeranno l’equilibrio delle linee e dei colori, SIA ai bambini, che potranno divertirsi nello “spazio disegni” creato apposta per loro».”

E ancora Aldo Gabrielli, che è stato linguista, glottologo e lessicografo italiano, ci consiglia:

“Oggi è comunissima la correlazione «sia… che», anziché «sia… sia», che è quella raccomandata dalle grammatiche; un «sia… sia», ripetuto costantemente quante volte occorra.

È un costrutto che si richiama al latino «sive… sive», o «seu… seu», che negli antichi testi classici troviamo ripetuto fino a tre e quattro volte. Inoltre anche i più antichi esempi italiani lo confermano.

In un commento alla Commedia d’un contemporaneo di Dante, troviamo: «Racconta gli effetti delle sue opere, e ciascuna pare che voglia fama, sia di bene sia di male»; e sentite questo periodo di Daniello Bartoli, politissimo prosatore del Seicento: «A voi solitario e romito, sia per natura, sia per professione, sia perché la qualità e la condizion degli studi vi tiene in astrazione di pensieri…». […] se un consiglio dovessi dare, raccomanderei di attenersi alla vecchia classica forma del «sia… sia», ripetuto anche dieci volte.”

E io accetto il consiglio, sia perché amo la tradizione, sia perché in questo modo la mia coscienza grammaticale si sente più a suo agio, sia perché in fondo è quella che intimamente preferisco, sia perché – ammettiamolo – al giorno d’oggi il congiuntivo è il primo della fila nella schiera dei disoccupati italiani.


Ricapitoliamo:

“Sia questo sia quello” o “Sia questo che quello”?

Le forme sono entrambe accettate dalle grammatiche italiane, ma io mi schiero con la tradizione (derivante dal latino «sive… sive» o «seu… seu») e uso «sia… sia».


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  1. Sempre relativamente al “che”. Scrivendo “questo al posto che quello” mi è stato obiettato che si dice “questo al posto di quello” oppure “questo piuttosto che quello”. Ho effettivamente usato una forma non grammaticale?

  2. Paola Riboldi - maggio 5, 2012

    Grazie Carlotta e Aldo Gabrielli, mi avete chiarito un dubbio che avevo da anni. Traduco testi medici dall’inglese e detesto inserire errori di questo tipo nelle mie traduzioni!Buon lavoro!


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